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Sentieri selvaggi | John Wayne e John Ford tra leggenda, filosofia e western

Il tempo e gli indiani, il West e il passato, la ricerca, l’orizzonte e ovviamente John Wayne: ma perché Sentieri selvaggi di John Ford rimane ancora oggi un capolavoro?

MILANO – Siamo nel 1868, quando Ethan Edwards (John Wayne) fa ritorno nel suo Texas dopo essere uscito perdente dalla Guerra di Secessione. Indossa vestiti lisi dagli eventi, con dettagli che richiamano una divisa sudista. Sono passati tre anni dalla fine della conflitto, sette da quando non vede il fratello Aaron (Walter Coy), le amate nipotine Lucy e Debbie (Natalie Wood) e la cognata Martha (Dorothy Jordan), amore sfuggito e segreto rimpianto dell’ormai quasi cinquantenne Ethan (sentimento che sembra essere reciproco). Con loro vive – come un fratello – anche Martin (il povero Jeffrey Hunter), trovatello con percentuali di sangue indiano, ormai cresciuto, che il nostro protagonista chiama con disprezzo “mezzo sangue“. Neanche il tempo di ambientarsi, che Ethan e gli altri uomini vengono ingaggiati dal capitano e reverendo di zona Clayton (Ward Bond).

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L’orizzonte secondo Ford: l’incipit di Sentieri selvaggi.

La missione: risolvere quella che sembra una faccenda di ladri di bestiame, ma che si rivelerà una trappola grazie alla quale un manipolo di indiani Comanche farà man bassa nella proprietà, uccidendo Martha e Aaron e rapendo le due ragazze (il tentativo di fuga di una delle due è citato da Tarantino nell’episodio iniziale di Bastardi senza gloria). Parte così Sentieri selvaggi e subito capiamo che i The Searchers del titolo originale sono Ethan e il giovane Martin, che passeranno ben cinque anni cavalcando tra deserto, montagne e pianure sulle orme dei Comanche guidati da Scar (Cicatrice, nella versione italiana, interpretato da Henry Brandon), i responsabili del rapimento. Tutto qui? No.

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La scritta a inizio film con il titolo originale: The Searchers.

Ovviamente in Sentieri selvaggi c’è molto più di questo, perché la vera ricerca alla base del capolavoro di Ford è proprio quella che Ethan compie per cercare di ritagliarsi un posto nel nuovo mondo. Un film pieno di azione? Sì, ma che sottende una pacata tristezza nel mettere al centro della scena quell’uomo burbero all’eccesso e profondamente segnato dal suo passato. L’Ethan di John Wayne ha fatto la guerra e dopo quell’esperienza si è irrigidito nei confronti dei rapporti, rifiuta i buoni sentimenti con cinico pragmatismo, non accetta consigli o che qualcuno gli dica quello che deve fare. Non solo: considera anche i valori borghesi delle debolezze adatte a chi certe cose dolorose non le ha mai viste (e forse è meglio che non le veda mai).

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Harry Carey Jr. e John Wayne in Sentieri selvaggi.

Qualcuno, magari, ritroverà in questa descrizione un nonno o qualche vecchio zio, ma con l’Ethan di Wayne non è così semplice, non basta la guerra a spiegare il suo frustrato malumore, né la malcelata misoginia, tantomeno l’odio che sembra pervaderlo. Insistendo su questi aspetti del suo personaggio ai limiti dell’irritante, Ford ci suggerisce che c’è anche un altro passato nella vita di Ethan, un passato poco nitido, probabilmente non specchiato, che compromette la sua capacità di stare al mondo con serenità. Ethan Edwards non è un anti-eroe, ma è un eroe separato, che non riesce ad essere a proprio agio nella contemporaneità. Perché? Perché vive sulla corda tesa tra la civiltà dell’Est che avanza e il selvaggio Ovest che indietreggia: si trova a vivere nella prima, ma appartiene costitutivamente, visceralmente e orgogliosamente alla seconda. Una contraddizione che segna uno scarto incolmabile tra ciò che Ethan è e ciò che può essere.

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La frontiera, il mito e tutto quello che rimane: una scena di Sentieri selvaggi

Con questa dinamica, lo si sarà capito, Sentieri selvaggi non vuole rivisitare il genere western o criticarne i suoi eroi, ma preannunciarne l’inevitabile (e non lontana) crisi, pur restando saldamente nella dimensione classica. Anzi, quel senso di vuoto e malinconia non serve a umanizzare l’eroe o psicanalizzarlo, ma, al contrario, a trasformarlo in semi-dio. Il suo dolore viene epicizzato e si trasforma nel sentimento per eccellenza dell’animo grande, nel dramma interiore di un protagonista smisurato, in strumento ed evidenza della sua grandiosità (non si traduce mai nel pessimismo, che arriverà invece anni dopo con L’uomo che uccise Liberty Valance). Se la civiltà è mostrata come cura e quiete, confinata negli spazi interni in cui ciascuno desidera di trovare un posto tranquillo davanti al camino per passare la vecchiaia, Ethan è tutt’altro che tranquillo.

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John Wayne e la vita difficile di Ethan Edwards.

Ethan percepisce una mancanza nelle vite perbene e va alla costante ricerca dello spazio aperto, delle (bellissime) distese sconfinate nelle quali – sempre a servizio della civiltà e dei suoi valori chiave – può realizzare genuinamente la sua esistenza: è un domatore della natura e delle sue forze avverse (di cui fanno parte il deserto, le distanze, il caldo, il freddo, la sete, gli indiani). Anche la dimensione del tempo è da leggere in questo senso. In passato Sentieri selvaggi era stato criticato per l’assenza di riferimenti temporali riconoscibili e per i suoi salti temporali poco espliciti (scopriamo quanto tempo è passato solo quando i protagonisti ce lo dicono, ma non abbiamo la percezione di un così lungo viaggio). Ma questo è da attribuire al fatto che Ethan non usa il tempo nella maniera borghese del termine: la natura, a differenza della civiltà, non si muove con le lancette dell’orologio.

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John Wayne nel finale di Sentieri Selvaggi

Non è quindi un caso che nel film, lo spettatore percepisca il passare misurabile del tempo solo quando i due viaggiatori hanno contatti con il mondo civilizzato. Del resto, se “un indiano può scappare per tutta la vita”, c’è bisogno di qualcuno che sia in grado di stargli dietro senza guardare l’orologio (o il calendario), per prenderlo. Ovvero: per combattere una natura ostile, ci vuole qualcuno che ne faccia in qualche modo parte, che sappia fiutarne le mosse, che sia in grado di comprendere le sue leggi profonde e agisca fuori dal tempo, dai canoni e dalle convenzioni umane. Questo è l’eroe pre-civile, e questa è la sua grandezza e la sua dannazione. Ethan da un lato è un animale superiore, umano e divino perché in grado di piegare la natura al suo ordine, ma contemporaneamente è uomo infelice, troppo grande per quell’ordine che lui stesso ha creato.

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Natalie Wood, che pochi mesi prima aveva girato Gioventù bruciata.

Così, con questa consapevolezza, arriviamo all’ultima – meravigliosa – sequenza (che potete vedere qui sotto): John Wayne scende da cavallo, consegna la ragazza (missione compiuta) e la camera di Ford indietreggia per accompagnare la nuova famiglia nella sua nuova casa. Fuori la luce, intorno alla porta il buio. Wayne resta solo appena prima dell’uscio, per un attimo sembra volerli seguire, ma si fa subito da parte per far entrare anche Martin e Laurie, innamorati e pronti a sposarsi, anch’essi consegnati alla civiltà, al sicuro di una casa. E poi torna al centro della scena – il posto che sa di meritare – tenendosi un braccio per un istante di riposo. Ma è già passato troppo tempo: si gira e si allontana con la sua inconfondibile camminata. Lento ma sicuro, malinconico, consapevole e accompagnato dal commento musicale. Questo è il cinema.

  • VIDEO | Il finale di Sentieri selvaggi:

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